A Young Man with a Notebook

LITERARY MOVEMENT OF DEINUOVIGIOVANI

FOR A SECOND HUMANISM.

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Woman Writing

Lottiamo per una liberazione dell'uomo che sia universale

We fight for a liberation of man that is universal



Il mio credo


Credo nell’umanità,

nella primavera che non conosce inverno,

nell’abbraccio con umiltà,

in quest’invisibile ma vero legame con mio fratello.


Credo che ogni vita sia sacra,

che il dolore altro non sia che la notte,

della felicità frangente che s’origina dalla risacca;

un vespro che attende una migliore sorte,

che si scontri con le diaboliche lotte.

Perché siamo solo questo:

l’intenzione che precede il gesto,

l’aiuto prodigato prima che venga chiesto,

l’amnistia che è per la civiltà desco.


Per noi uomini è, la sola salvezza, l’immenso cielo

Che si slancia verso di noi

Guardando le pupille del diverso;

perché se ami puoi

fondare un universale asilo

nel tuo petto già prima del prossimo verso.


Regala un sorriso e da' affetto incondizionato,

rimembrando ogni uomo come mezzo abusato,

non con omertà, ma con timbro acuminato

denuncia i soprusi per il tuo nuovo nato;

prendi una posizione per il futuro nostro:

che non si ammetta con indifferenza sguardo sinistro.


Credo che ogni forma di vita sia divina

E che ogni naufrago meriti una spalla,

che sovente le palpebre siano per le lacrime diga,

un trattenere il volo della celestina farfalla,

grazia fragile che la forza dell’arroganza disfida.




E di nuovo pellegrinerà, nella gloria,

il vessillo di pace per un’era,

affinché qui, in terra, si instauri un radioso eden,

dove si eleverà una colomba tersa da ogni pillacchera,

e si unifichino i popoli nella misericordia. Amen.


Obiettivi del Movimento

  • Emancipazione della cultura italica dalle sue istanze dogmatiche e oblianti il pluralismo di espressione

  • Abolizione di qualsivoglia censura artistica e mediatica

  • Libertà dell'individuo di compromettere le norme vigenti qualora ciò non violi strettamente i diritti inalienabili dell'alterego

  • Spazio pedagogico per l'istruzione della persona alle nuove tendenze morali, giuridico-economiche e di arti performative-visive

  • Denuncia ed elisione dello sfruttamento sul luogo di lavoro, riconoscimento veridico di tale diritto e sospensione dello iato macroscopico tra anzianità di carriera e neolaureati

  • Remunerazione minima per studenti universitari eccellenti 

  • Riconoscimento sincero e unanime dei diritti umani per persone omosessuali, transessuali, transgender e di qualsivoglia etnia e/o classe sociale, gusto sessuale

Objectives of the Movement

  1. Emancipation of Italic culture from its dogmatic and oblivious demands on pluralism of expression

  2. Abolition of any artistic and media censorship

  3. Freedom of the individual to compromise the rules in force if this does not strictly violate the inalienable rights of the alter ego

  4. Pedagogical space for the education of the person to the new moral, juridical-economic and performing-visual arts trends

  5. Denunciation and elimination of exploitation in the workplace, true recognition of this right and suspension of the macroscopic hiatus between career seniority and recent graduates

  6. Minimum remuneration for excellent college students

  7. Sincere and unanimous recognition of human rights for homosexuals, transsexuals, transgender people and of any ethnicity and / or social class, sexual taste

 
 

Didattica del nuovo umanesimo

Ciclo di conferenze gratuite

“Sii una lucciola nelle tenebre” è una serie letteraria, che si inserisce nel panorama poetico post-strutturalista, neo-esteta e proto-cubista. difatti, ciascun volume affresca un frammento ideologico, il quale esemplifica una specifica egoicità dell’io narrante. Pertanto, il mastice appaiante i volumi della racconta coincide con l’intento dell’autore di criticare l’ideologia, semplicisticamente intesa come “pretesa di detenzione della verità assoluta, plenaria”. Perciò, a tale scopo, come inquisitore delle certezze, eccelle il personaggio “Esposito Romano”.

Mediante l’influsso ideologico plurimo, verosimilmente consono alla formazione di un io maturo e coeso, esposito, protagonista benché talvolta narratore in prima persona, manifesta durante la propria crescita prospettive molteplici inerenti temi salienti, quali: esistenza, amore, amicizia, diritti e doveri sociali, solitudine, filantropia.

La sintassi, con affinità all’orientamento ideologico, è camaleontica, costellata da un vocabolario che incede tra l’inusitato e forbito e il volgare e informale. Tale varianza linguistica è adottata affinché si enfatizzi la mutevolezza ascrivibile all’umana coscienza.

Sfumature dannunziane e dinamismo ispirato alla generazione beat poeticamente cadenzano una prosa sintetica, dove le trame sono tisiche, ridotte all’osso, cosicché il silenzio vinca il turpiloquio inverecondo del pleonasmo, e il lettore evinca intuitivamente il sentimento filantropico di un’umanità sofferente, per mezzo della tematizzazione della solitudine gitana e non, dell’omologazione collettiva e della routine claustrale che attanaglia l’umano vivere. Orbene, l’individualismo, nel comune infondere dolore animico, può siffatti non recidere ma congiungere il nascente con il suo procreatore, in ciò disuggellando l’attitudine teoretica, etica e teologica presente nella collana, similmente alla non conflittualità dinnanzi all’opinione antinomica, qualora l’antitesi venga assunta come denominatore comune per il fenomeno storicizzato dell’umanità conscia di sé, premessa per il suo disvelamento.

Sii una lucciola nelle tenebre, peraltro, si eleva a “opera totale”, giacché racconti, romanzi, dissertazioni accademiche e poesie scandiscono le sillabe procreanti un alfabeto alieno, distopico, un microcosmo fittizio dalla razionale (ivi l’applicazione del realismo macabro) finalità pratica. infatti, sicché tutti i valori sono stati demistificati, non attraverso la ri-proposizione del vecchio monolite si intende erigere il valore morale della tolleranza, bensì, grazie all’interiorizzazione scettica. quanto precede, innalza la presente collana a “itinerario mistico”, un percorso iniziatico propenso all’atarassia e alla pacificazione dell’umanità ventura.

Fruendo della triade: autore, voce narrante, personaggio; tre costanti sperimentano variabili che potrebbero persistere, dunque insistere durante la stesura dei volumi quali invariabili, oppure, svanire poscia l’opera in esame dacché frutto di esposito romano quale autore fantasticante in riferimento del proprio personaggio. quindi, il confine tra reale e opera si affina, arrotando sempre di più gli spigoli conformemente al crescere della numerazione dei volumi.

Le illusioni con le quali il lettore incoccia calamitano in lui incertezza e perdizione durante la somministrazione dei vagheggi dell’autore, che ciclicamente de-costruisce le tre rispettive produzioni (auto-biografica, biografica e fiction), mesciando di fatto il verosimile con il reale in cerca di un’allucinazione che coadiuvi la sua realtà insopportabile. Per di più, questa condotta escapista, forgiata dalla mano vergante di un autore che mesta la propria biografia con le avventure del suo personaggio omonimo, sobilla l’interiorizzazione della fluidità inafferrabile del vero nonché del reale. D’altronde, l’intera produzione sorge dal tentativo di rispondere al quesito “cos’è reale?”, in ultimo, interrogativo che altro responso più esaustivo non può ricevere che “lo spazio tra il punto e l’a capo”, ovverosia, il transito tra ciò che ero e ciò che sono.






L’estetica dissacrata

Saggio di filosofia


               Durante la disamina delle plurime denotazioni nonché attribuzioni semantiche circoscrivibile alla voce “opera d’arte”, ritengo bisognoso disacerbarne i confini di accezione. La creatività, che definisco “dissacrante e dello scalpore”, di Maurizio Cattelan è, difatti, assai lungi dal monito manieristico che, a mio avviso, caratterizza radicalmente dal ποιεῖν italico, peninsulare. A tal riguardo, durante la mia intervista all’artista Federico Clapis del 21 aprile 2021 egli espresse irremovibile che tutto ciò che c’era da profanare, da emendare dalla sacralità convenzionale, ormai ha subito tale epurazione; pertanto, l’errore (se così, semplicisticamente, potremmo asserire) del promotore di una poiesi contemporanea è replicare il feticcio di un operato artistico oggi decontestualizzato, cioè che non inerisce con le esigenze del nostro tempo. La critica, l’assemblea di giudici dell’arte, valuta il perimetro, assai labile, tra ingegno e idiozia. Nondimeno, già David Hume ammoniva sulla problematicità connaturata a questa riproposizione del principio aristotelico di autorità. I tre quesiti che veicolano l’indagine analitica saranno i seguenti:

  1. È fondata la democrazia nel commento?

  2. Il commento e il giudizio sono lemmi interscambiabili, sinonimici?

  3. Il suppletivismo semantico nuoce all’epistemologia estetica?


Redarguendo di democrazia, sovente Umberto Galimberti attinge alla platonica metafora anacronistica del favore ateniese ai tebani. Le conseguenze del disboscamento sul commercio marittimo sovvengono lapalissiane e glossate dall’assemblea. Ciò non avverrebbe nell’attuale democrazia, dove, in assenza di perizia, competenza disciplinare, il popolo assegna il proprio voto vagliando la coesione della proposta legislativa con la propria ideologia (fede, appartenenza a un partito, ecc.), adottando un modus operandi inferenziale da premesse soggettive. Perciò l’interrogativo saliente è: la morale promuove il buonsenso?  ἐπιβουλεύω, apparecchiare insidiosamente, disegnare, macchinare in direzione di un bene collettivo. Per rispondere, l’incognita ahimè persiste. Cos’è il bene? Bene, analogamente al lemma “arte”, professo sia un fenomeno morfo-semantico, il quale significato appare evidente qualora racchiuso in una nicchia minore, meno vasta, di attribuzioni. Ad esempio, il bene sociale sarà autonomo ancorché sustanziale al bene economico in quanto ambedue racemi sorreggenti il bene assoluto, in piena astrazione. Ivi esaminiamo piani astrattivi difformi.

               Se l’assioma della morale buona, antropologica, dichiara sia pernicioso per l’intessuto civile varare pene capitali, e l’insorgenza di questa normazione non danneggia gli altri plinti sui quali attecchisce la sussistenza umana, tale massima sarà interiorizzata. Postillo di non avere fruito del verbo “dovere”. Per quanto la deontologia pedagogica affiori automatizzante il comportamento innanzi aggettivabile bene, l’eudemonia soltanto acconsentirebbe l’accesso al nucleo malleabile delle necessità del proprio tempo. Difatti, l’impulso industriale ottocentesco fu il bene plenario per il secolo omonimo, quantunque oggi, se secolarizzassimo tale apoftegma, propellerebbe male demaniale a fronte degli studi di ecologia coevi. Poiché la demistificazione dei valori, il gorgiano relativismo valoriale ha pervaso l’indiscreto agire abituale dell’uomo odierno, l’emancipazione dalla religiosità non ha, d’altro canto, stimolato la fioritura della folle spontaneità umanoide. Infatti, l’adesione all’antinomia dell’imperativo tampina inevitabilmente il reduce alla disillusione calvinista. Per di più, anziché una diallele etico-contingente, la fiducia nel progresso scientifico weberiana diverge con la ἀπάτη, astuzia icona di delusione che domina la psiche insipiente attuale. Nello Zibaldone Giacomo Leopardi verga che ogni vivente si ama infinitamente, e l’insoddisfazione tragica di egli desume dalla limitazione che ogni piacere ha connaturata in sé.

Leopardi evince nel desiderio immaginifico il fomite all’attività, al congetturare alternative finalistiche come divertissement pascaliano propenso al sublimare la tediosità malevola; che inibisce lo stupore dall’impollinare l’animo umano, invece che reiterando a esso con passività animale, bestie che fuggono alla procella kantianamente paventate. In data 20 giugno 1821, il Nostro dissuggella l’arbitrarietà estetica: bello e brutto sono universali concettualizzazione dal sembiante empirico non uniforme. Egli invoca a testimonianza l’esperienza di ogni uomo, come l’ideale di bello permuti a seconda delle età e altre variabili che inficiano l’obiettività di esso. Verosimile, orbene, estendere l’argomentazione all’interrelazione attributiva delle sensazioni. La varianza sintattica non scorta con sé un affine camaleontico diversificare semantico. In altre parole: la sensazione del macabro suscita sempre l’impressione truculente di pertinacia mnestica, in difformità a ciò che elicità placidezza, che di contro rabbonisce il focus attentivo. Perciò, malgrado l’empiria confuti la corrispondenza oggettività dei sensi con le emozioni dal sembiante icastico fomentate, la filosofia emozionale a date impressioni psichiche confuta l’arbitrarietà totale. Non è opinabile, difatti, che ciò che si insignisce benevolo non istiga disgusto e repulsione. Proponendo l’esempio del Maestro, se supponessimo un ominide dianzi due uomini, uno bianco e uno nero, se egli non si fosse acclimatato in un gruppo di etnia euro-asiatica, postulando non abbia discernito la propria appartenenza a un insieme al quale è inserto uno dei due soggetti dirimpetto a egli, non saprebbe decidere quale dei due è bello e quale no. Affini le premesse al programma educativo redato da Anna Bondilio e Donatella Savio secondo il nozionismo di Braga P., Bobbio A., Piaget J., Bettelheim B. e Huizinga J. Infatti, il supporto emozionale, l’uopo che il messaggio educativo pregni a fondo, al di là del comportamento fattuale sino ad ammansire gli impeti caratteriali nel loro estrinsecarsi in sede foranea, credo sia da encomiare al trattato sopra citato.

La concezione artistica del Brunelleschi, peraltro, oggi è diafano non rispecchi il divenire della storia metamorfica delle gesta antropica, tuttalpiù, semmai, il perfezionismo prospettico si è solidificato in un divenuto, in una legislazione non più conforme a ciò che suscita impatto all’occhio dello spettatore.

La pietra angolare dell’ordinamento democratico, ovvero la libertà di manifestazione del pensiero, seppure il funzionalismo di Mortati Costantino identifico blando. 

               Inerente all’applicazione di Althusser della sovradeterminazione psicoanalitica, l’egemonia culturale teorizzata da Antonio Gramsci sovviene ineluttabile: nella materialità rudimentale, costituente gli intagli primigeni sulla tavola percettiva della massa, si avvia il totalitarismo dello stato di cose capitalista, ergo dominio della passività. Acciocché il presidio dell’ordine costituito e del potere delle caste dirigenti detonino il sistema inscenato, il conformismo gregario dovrebbe scemare fino al traguardo più rado, al proto-embrione di interiorizzazione del modus pensandi di cruente iperattività. La prassi della sudditanza e della prevalsa vicendevole, infatti, astringono a sé una coorte di pseudo-valori anti-sociali, che nonostante la perniciosità, si immolano quali funzionali dogmi per il villaggio globale idolatra dei consumi. La pria nominata dissoluzione della propensione adattativa, nella siffatta coniugazione di darwinismo sociale, avviene prioritariamente qualvolta incorresse la situazione limite, ovvero la delucidazione della mortalità terrena dell’uomo, il suo heideggerianamente inteso essere per la morte. Al canto mio, non è in effetti una casualità che la computerizzazione e i mercati mediatici stipino le nicchie di intimità, specie le tappe istituenti una coscienza individuale, con intersoggettivi precetti, modelli (le così dette “performance sessuali”, “posizioni sociali” e altri criteri di netta discriminazione, spartiacque inamovibili). Oggigiorno, quindi, l’abilità di inserirsi, associarsi in un ipotetico gruppo sociale, sorge direttamente proporzionale con l’incapacità di ponderare autonomamente i comandamenti dell’archetipo assurto a membro ideale di data unione composita da consentanei convinti tali. L’essere per l’altro, in codesta evenienza, si sovrascrive all’essere per sé; rampolla ivi l’essere per sé attraverso l’essere per l’altro da sé. La rappresentazione estrinseca, fucinata dal solipsistico ego oriundo, si dispone a ridosso dell’essere sé, figurando un essere per sé alieno al vero sé; quest’ultimo piota di un vero io che, sebbene psicoanaliticamente diagnosticabile sano, occulta uno iato tra esista antropologica e conigliesca espressione di sé per mezzo dell’alter ego. La gangrena odierna, in aggiunta, affiora logico effetto della cernita di un principio ontologico freddo: la  κατάκτηση. La katáktisi è congelamento dinamico, un cosmopolitismo che decalca orme già impresse sulla granulare arenaria del litorale dei viventi, non sperimentando rotte ignote. Ciò che emerge straniero dallo stato di cose prorompe come fosse utopico, irrealizzabile piuttosto che ravvisarne la natura vettoriale alla Ernest Bloch. L’utopia come ciò che orienta la prassi storica di ciò che non è ancora concretizzato, paradigma in cielo.

Walter Benjamin ha mirabilmente introdotto la parola concetto “aura”. Nuovi modelli della nostra esistenza si sono avvicendati al tramonto dell’aura atavica, l’arte autentica, post-strutturalista, emerge, manifestando uno shock della modernità che, mio parere, è risveglio allucinato dell’umanità. Perciò, il crepuscolarismo post-decadentista, la vigente ateologia anarchica concernente il fare artistico, non si supponga altro che un’apparizione che, gradatamente, disvelerà un contenuto umano non formalizzabile e una forma non scindibile dal contenuto. La repulsione verso la tecnica appuro quale fase storica, non prerogativa nell’avvenire.

Nel fenomeno internazionale di paesaggistica fotografica, Luigi Ghirri, l’aura dell’opera interessa un presagio, un non detto ancorché percettibile per sommi capi negli scorci immortalati. Pertanto, non si attesta l’oggetto sul quale si tara l’otturatore arte, di seguito la camera un mero mezzo di riproduzione platonica di un’idea (alla Novalis) “arcana”, bensì l’abilità di sobillare ingegnosamente -ergo, artisticamente- lo spettatore, il quale viene catapultato mediante verosimiglianze mnestiche, figure persistenti nel ricordo a ri-presentificare un di più inespresso negli scatti. Ivi adempio al neologismo di A. Scheuner: pantragismo. La tragicità metafisica hebbeliana, architrave di supporto per un annichilimento di ogni agire antropico, si redime esaminando le gesta, non più i singoletti di gesti individuali dell’uomo come uno (che imputo astrazione più del plurale, avendo ogni ominide un bagaglio di esoneri che per la contro-intuitività non si inscrivono nella categoria “scibile istintivo”, piuttosto “intuibile appreso”. Quantunque nel totemismo, animismo e sciamanesimo si evangelizzasse un dualismo tra bene e male, fu il sincretismo databile al Secondo secolo A.C., geograficamente circoscrivibile alla sola Palestina dei Maccabei, che ispessì la traccia di un’ottica lineare sui generis di consapevolezza dell’universalità umana, cioè di come la salvezza non possa che apparecchiare un programma assoluto, predisposto per tutti gli uomini. Sovrastrutturale alla bipartizione in figli della luce e figli delle tenebre che Julies Ries teorizza a fronte dei rotoli esseni del Mar Morto, la pacificazione dello straniero servile nella struttura gelida del proto-capitalismo. Difatti, con il lessema “capitalismo”, io denoto ogni psico-sociale e antropologico articolarsi dell’umano a seconda di uno strutturale accidente, quest’ultimo, in avversione al rovesciamento storico-materialista che riduce a mera struttura il fattuale materiale, di scambi relazionali tra individui. Perciò, la fallacia di Marx spetta alla semplicistica partizione tra la costante produttiva e la variabile mutante (convenzioni e corollari asseveranti l’imperativo categorico del Capitale: alienare per mezzo del dogma etico borghese, disumanizzare attraverso l’introiettare omologante di condotte asociali, catechizzare e avvantaggiarsi attraverso fallacie logiche propagandistiche di ciclicità viziosa della mentalità di gregge -il pensiero maggioritario è superiore siccome dominante).

Il nemico, in termini girardiani capro espiatorio, è un Benjamin Malaussène ([...] La sua vocazione lavorativa è proprio accollarsi colpe non sue, portando il cliente insoddisfatto all'esasperazione della pietà fino a fargli dimenticare il motivo della sua protesta. [...]), un penitente in giogo a un sentimento pre-essente a ogni rappresentazione del proprio sé per l’altro da sé, una cataratta che imbratta la visione di qualsiasi empirica situazioni incorra. L’introiezione del senso di colpa è simbolica, correlata a sezioni primordiali non scinte che la compostezza aristocratica prima, la coloniale borghesia britannica dopo, ha regolamentato in informali o formali.
















Hybris e Tísis

Saggio di filosofia



Dalla struttura si emana, in relazione di dipendenza, la genesi delle categorie archetipiche, le quali, autonome, si erigono a invariabili sovra-strutture dalle quali potranno emergere oltre-strutture (sovra-strutture di sovra-strutture), intavolanti ideologie a lunga manica, ovverosia, non soltanto pre-concettuali, bensì, pre-categoriali, che automatizzano l’identificazione plenaria dell’oggetto percepito, e che, quindi, risultano sovra-strutture non più dipendenti, ancorché riconducibili alla struttura. Dalle oltre-strutture si dipanano valori di mercato, dunque mercati intersoggettivi dall’unanime parametro normativo.

Il mercato è struttura di oltre-struttura, perciò piota di sovrastrutture. La struttura prima, “paradigma in cielo” delle strutture di oltre-strutture, è l’intersoggettività elementare, il baratto mero, il nucleo familiare semplice, di individui legati da relazioni affettive veridiche, non convenzionali. I soggetti diffondenti le idealizzazioni, privilegiati dal loro status di archetipi categoriali, endemici, appello “super-untori” di una comunità di aderenti, di singoli “untori”. L’ultra-untore è colui che, potenzialmente super-untore per una categoria sovra-strutturale, esegue un “salto di sovra-struttura”, ovvero fonda una oltre-struttura manipolando le sovra-strutture condivise da una cerchia sociale. Ad esempio, A. Hitler e B. Mussolini furono ultra-untori, stabilirono una loro oltre-struttura (fascismo e nazismo, sia teorici e sia economici-pratici) affrancandosi sovra-strutture stabili al tempo (razzismo, estremismo armato e sindrome della vittoria mutilata, alias sconfitta immeritata con conseguente desio di rivincita). Mussolini, super-untore socialista, divenne oltre-untore per i Fasci da combattimento.

L’affermazione di una oltre-struttura cagiona una mutazione antropologica, come l’ascesa del consumismo, sistema segnico e valoriale inedito acclimatato in una oltre-struttura omnipervasiva, tantoché ingenerante ulteriori oltre-strutture, embrioni nell’utero della super-struttura capitalista. Il capitalismo, nella sua specificazione psichica dell’oltre-struttura che potremmo nominare nella sequenza triadica “orgoglio (morale), conquista (sociale) ed efficienza (economica)”, determina l’avvento della tecnica come denominatore comune. L’insediarsi della tecnica ha come imprescindibile conseguenza la messa fuori circuito dell’io come mediatore tra norma etica per l’altro e morale per sé, anestetizzando la soggettività prospettica (psicosi). L’itinerario catartico verso l’emancipazione dall’emulazione inscrive in sé una crisi rivelatrice: il mercato contraddittorio tra la morale corporea egotista e la mercificazione del proprio essere ridotto al corpo come entità fenomenica assoggettata dall’oltre-struttura in vigore. Da qui si estende la diade biforcuta: romantizzazione della truce demistificazione morale, quindi reificazione idealizzata del monolite precedente disvelato, e l’annichilimento impersonale (sé transitivo, omologato al dettame dell’oltre-struttura).

I mercati sono condizioni necessarie bensì non sufficiente al livellamento personale. La persona, dall’etrusco phersu, connoterebbe non la maschera dell’attore, grazie al contributo dell’indagine etimologica di Giovanni Semerano, che invece potrebbe risalire, posteriore, al suo uso greco. Il valore semantico sarebbe, difatti, affine a pars, ossia parte rivestita dal soggetto nella società, l’ufficio classificante il suo operare fattivo nella comunità: il suo essere per l’altro nella declinazione di quest’ultimo come membro di una comunità, altro da sé per l’altro da sé che intenziona. L’essere in sé per l’altro, scisso per astrazione dalla messa fuori circuito della natura umana, questo l’insieme adunante l’essenza della specie in sé, nondimeno parzialmente slegata dall’universalità dell’essere (tutto ciò che è).

Qualora la relazione della persona si limiti al mercato di utenza, altresì non avvenga il confronto con la relatività delle sovra-strutture, l’essere persona non introietterà il suo polimorfismo naturale, stagnando perciò nel fenomeno di sé come singolarità associata alle categorie di una data oltre-struttura aliena a sé.

Si aderisce alla teoria del Vorbild di Max Scheler, onde evitare il paradosso di Peter Scinger si distingue la persona dall’io e dal soggetto, interpolandola nell’atto secondo una visione dinamica difforme dalla staticità metafisica platonica, approssimandoci alla filosofia dei processi di Whitehead. La persona non si realizza in senso per Foucault auto-progettuale bensì solidaristico, mediata dalla coscienza del proprio essere rappresentato nella coscienza del prossimo. La consapevolezza dell’alter ego come polo egologico, cosciente, intenzionate il proprio esserci genera l’io, diminutivo di “io sono”, la sapienza di essere, che implica un essere-qui, fisico e temporale. La soggettività è la predicazione originaria, l’essere che è anteriore al sapersi ivi, l’essere che è esserci, essere per l’altro, ancorché sia incosciente del proprio essere anche per un altro esserci.

Il pre-io, come indifferenziato, non sottosta' al principio di finalità, pulsione organizzante, organicistica predisposizione intrinseca nella natura umana che, qualora soddisfatta, conferisce piacere psichico, animica appetenza. Pertanto, l’economia mentale e il suo aggettivo funzionale collimano nell’eudemonia.

La μίμησις, mimèṡi, si afferma quale metodo iniziatico di apprendimento, appunto, per imitazione di un costrutto comportamentale tributato a un ruolo. Perciò l’apprendimento avviene per categorizzazione: si frazionano inconsciamente, ergo in modo indistinto, unità comportamentali per, in seguito, interiorizzarne un’unità autonoma ancorché socialmente dipendente. Avviene una trasmutazione parzialmente eteronoma: di fronte all’arbitro le sovrastrutture dell’oltre-struttura si perdurano, quantunque soltanto una struttura dell’oltre-struttura sia stata proiettata sul fondo della scatola nera, dello scibile di sé, orizzonte degli eventi.

L’ἀρετή si performa in affinità ai modelli imitativi, dispersione dell’irrazionalità, il folle noi che si rivolge verso il non organizzato, l’indistinto, che è motore dell’estrinsecazione della volontà di potenza, il nuovo agire creativo, esente di imitazione, non segno bensì simbolo infondente novizie accezioni al vocabolario mentale. La latenza, ahimè, persiste se nelle viscere dei greggi omologati. La ricognizione all’essere sé, potrebbe, a tali condizioni, affiorare plausibile? Cosa si cela a tergo di questo “sé”? Un fomite vitale conculcato dalla coscienza che esso ha della rappresentazione estrinseca nel proprio intenzionare operativo al mondo.

Ogni oltre-categoria introduce abiti mentali, super-egoici inibizioni che cintano l’essere in sé mediante un altro-sé, che è ego sociale. Orbene, essere in sé, in se stesso, sarebbe l’essere in sé? Negativo. L’essere, in quanto predicato con facoltà denotativa e accrescitiva di significati, in termini psicoanalitici “polla di percezioni”, è l’essere se agente e inter-agente. Citando Henri Bergson, l’individualità è astrazione. Il capitale culturale, composito dalle innovazioni, scoperte e qualsivoglia nozione ingegnata dall’uomo, è costituente della stessa natività ominide. La socialità dell’uomo è, aristotelicamente, inconfutabile. La curiosità, fomite vitale, è la pulsione cardine di ogni cultura, di ogni aggrumato metafisico, cioè segno propenso all’esonerare il soggetto dall’immediatezza istintiva, consentendo una tematizzazione che, in taluni casi, ove ciò si svolga consapevolmente, sia simbolo procreativo di speculazioni. Speculazione, il termine più sinonimico a ciò che denoto con “fomite esistenziale”.

Come già annunziato in un mio saggio stilato nel maggio 2019, la società capitalista, nel suo agire progettuale, rispecchia la proto-morale dell’onore omerico. Analogamente all’hybris commessa da Aracne, la tracotanza che mostrò nello sfidare la dea Atena nel filare, colui che si ribella o sfida una qualsivoglia sovrastruttura emessa dal sistema capitalistico, sconterà la tísis, discriminazione punitiva da parte degli untori. In ciò, la reità è pacifica: il super-untore, quantunque non infierisca concretamente contro la minoranza sovversiva, egli è promotore, artefice alienato della coazione. Mauro Vegetti, in L’etica degli antichi, sottolinea l’azione coartante del giudizio demaniale nelle “vendette” compiute dagli eroi nell’Iliade. Le divinità esemplificano i tratti più umani, quasi divini, del popolo dell’Ellade, ciò che la razionalità normativa della pedagogia interiorizzata non consentiva, che avrebbe aberrato e bollato con rimprovero. Ciò nonostante, la prevalsa vicendevole allignava al di sotto dell’apparente clima austero promulgato dalla ντροπή.

I valori sorreggenti la sovrastruttura dell’omertà, elisi a ragione della demistificazione dei valori morali, sono crollati, e lo iato tra es, natura umana indifferenziata, non tematizzata, priva di esoneri che la assurgano a umanità, e la natura sociale umana, super io, si è dissolto. La super-anima teorizzata da Ralph Waldo Emerson, ivi coincide con la pulsione della natura umana a essere in società, alla relazione, ovvero struttura base, che, per attivarsi, necessiterà di una sovra-struttura che non sfoci nell’entropia aggressiva.

Instradati dall’opre dello storico come tassonomizzata da Walter Benjamin nel Saggiatore, si spiegherà ora ciò che qualsivoglia cronista rigetterebbe incriminando le seguenti pagine di “parteggiamento orientato”. Rammento che la storia sociale qui esposta, per quanto opinabile sia nel dominio del programma, chiarifica la cronaca di abiti psichici, giacché descrizione di un fenomeno cognitivo per il quale, come postillerebbe Aristotele, l’esperienza ci dà già di per sé verifica.


Il mutamento antropologico accagionato dalla oltre-struttura consumista del sistema capitalista determina la transizione dall’uomo sociale all’uomo gregale (in gruppo per convenienza, individualista) fortemente territoriale. L’olotipo di una relazione sociale è il tirocinio formativo di un’arte artigiana, come riportato da Engels, l’apprendimento da parte del garzone dal maestro di bottega. Difforme l’odierna alienazione, donde la massa proletaria si aggrega per sussistere all’uopo alimentare e tecnocratico, tecnologizzazione che è, di fatto, una selezione sociale, anti-democratica, impalcatura sottesa da uno stato di natura aggressivo. La moltitudine, lessema adoprato secondo la semantica di Toni Negri, è il globalizzato, l’estirpato da patria e paternità di sé. La massa, il proletariato, è ogni particella oggetto del programma benché soggetto del processo: gli uomini come motore del darsi del capitalismo, ora oggetto del programma, ergo staticismo accumulativo, capitalista. Il capitalismo, perciò, è un programma, e non un processo. Il darsi del capitalismo fu arbitrario, frutto di un operato collettivo, metafora la seconda industrializzazione britannica. Il programma, ossia il manifestarsi della forma del processo in quanto tale, sovviene reificazione del processo (struttura) in uno stato di cose invariabile (sovra-struttura generante ennesime sovra-strutture, guscio adattivo affinché il nucleo duro capitalista persista, dunque affiori quale invariabile, ancorché sia fenomeno eventuale, e non condizionale, dell’operato fattuale dei popoli). Con “il darsi”, pertanto, denotiamo il medesimo predicato dell’accezione attribuita da K. Marx e D. Engels al comunismo: “Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. Il superamento, Überwindung, diverge con qualsivoglia programma, movente del decadimento sovranista dei governi proto-comunisti. L’efficienza del sistema, alias programma, capitalista, consta di produttività settoriale, revoca di significati di efficienza estrinseci a ciò che detronerebbe il progressismo forzoso, positivistico filo-nichilista, di un’umanità ridotta a catena di ingranaggi che, secondo il sistema valoriale capitalista, acquistano un’identità soltanto innestandosi in uno dei mercati del programma. Tale riduzionismo di sé, è negazione della trascendenza, del simbolismo creativo.

L’alogia delle masse proletarie abnega l’identità come unicità del singolo, sovrascrivendo alla prima la nozione di individualità territoriale e gregale. La classe di appartenenza esula dal funzionalismo e si prefigge quale possesso di sé mediante ciò che non si è, sprono a categorizzarsi con rigore in uno dei mercati valoriali indetti dal Capitale. Bornout, De-personalizzazione, che si espleta deragliamento dialettico, ecoprassia, e famiglia disimpegnata patriarcale gli indizi dei fremur-morali gregali, non sociali, e territoriali in cui il programma interpola l’uomo.

I mercati sono dispositivi del Capitale, di cui si avvale per supplire alla negazione di identità a cui asservisce la moltitudine. I mercati di valore sono categorie di omologazione, ultra-untrici di classismo per mezzo di categorizzazioni.

Dinnanzi a una categoria affine al riconoscimento sociale del soggetto, egli attuerà un imprinting identitario, arrotando le caratterizzazioni sociali che declinerebbero il suo veridico inscriversi nell’insieme per cui è coartato dall’oltre-struttura capitalista a locarsi egoicamente. Si verifica quindi una duplice alienazione:

  1. L’essere coincide fallacemente con l’essere per l’altro, peraltro un decedere del darsi al dato, un processo abburattato secondo l’aderenza o meno al programma.

  2. L’essere per l’altro si vaglia in luce alla pertinenza o meno a un mercato valoriale maggioritario, quindi si permuta la rappresentazione di sé al raffronto dell’archetipo interiorizzato della classe rappresentazionale di sé per l’altro da sé.

La rappresentazione dell’alter ego sospinge l’individuo ad aderire a un mercato di valori, conformemente al giudizio dell’altro da sé.

Sofisticamente, il νόμος svilisce la φύσις. Il nómos, inteso come dettame morale, prevale sul divenire che è physis. Il mercato valoriale arena la simbolicità creativa dell’intelletto, nume obnubilato dal principio di esistere, sopravvivere, ivi antinomico a vivere, essendo la vita un atto ri-tematizzante, e non vincolabile ai dogmi delle vetrine mediatiche.

L’etichettamento in un mercato avviene intuitivamente, capitanato dal principio di esistere, di soddisfare i bisogni fisiologici antropici: riprodursi, nutrirsi e altre esigenze prime del corpo. Ivi il mio saggio sul cinismo si colloca, essendo l’epochè il dispositivo del filosofo, l’esonero che vanifica l’autonoma correlazione del soddisfacimento corporeo con i mercati di valori del programma. Ad esempio, l’untore del lavoro a tempo determinato disgiungerà alteri contratti lavorativi bollandoli insoddisfacenti.

Il capitale culturale, come impalcatura naturale atta alla sopravvivenza dell’uomo, non ingemma la sovra-struttura bensì la struttura, pertanto, la figura dell’intellettuale, colui che propugna una creativa ri-tematizzazione dello scibile, non è succube del programma, in antitesi, super-untore di esso, promotore forse ignaro dell’oltre-struttura, che manipola, condonando o falsificando il guscio del nucleo duro capitalista, nondimeno, coadiuvando il suo perpetrarsi e naturalizzarsi.

Come esposto nella Filosofia delle forme simboliche di Ernst Cassirer, l’attività artistica e linguistica principia dalla distanza dal dato immediato, [...] comincia soltanto là dove cessa il rapporto diretto con l’impressione sensibile e con l’emozione. [...]

Il programma censura il potenziare formattativo, cioè di sospendere i fremur morali dall’influire nella disamina creativa di un ego autosufficiente sebbene, per evidenti necessità relazionali, interagente con i mercati. Pertanto, soltanto un super-untore potrebbe emergere in un mercato e, elaborandone le componenti ultime, esporre un nuovo mercato strutturale, per il quale egli sarebbe oltre-untore. Tuttavia, l’oltre-untore non fucina né “crea” da sé il mercato, egli è anzi servo, in egual misura, del programma di riferimento. Ad esempio, una autrice di libri dall'argomento “femminismo radicale”, promuovente una propria prospettiva sul fenomeno sociale dei femminicidi, ancorché le allocuzioni da ella proposte siano prole del suo genio narrativo, che esporrebbe nel mercato valoriale femminista un insieme (mercato) di affiliati più inclini al mercato radicale dell’autrice a dispetto del precedente stato di cose, smarrirebbe credibilità se pubblicasse un volume dove si dichiara contraria all’etichettamento “femminista radicale”, quantunque ella non abbia esternato un qualche tesseramento al proprio partito ideologico. Infatti, il programma non ammette astrazioni o presa di distanza dall’empirismo ingenuo, dal materialismo illuministico e dallo scientismo cieco, in quanto questo trinomio oltrepasserebbe il sistema valoriale capitalista, apparendo in dicotomia con il capitello mistificato dell’efficienza produttiva, predizione delle conseguenze del proprio agire.

Ritornando all’aneddoto innanzi proposto: l’estensione abnorme di certi super-fremur morali condivisi, tipici dell’ottica semplicistica del sistema capitalista, pervade la consapevolezza, telepatica più che empatica, predittiva del super-untore, allineando la possibilità di una propria “conversione” a un suicidio egoico, annichilimento dell’immagine sociale mediante la quale fruisce delle risorse abbisognate per sostentare ai bisogni elementari.

John Law esaustivamente relazionò sulla teoria Actor-network, la quale declameremo rettificando la parola-concetto “attante” tramite il dizionario di semiotica di Greimas-Courtés, [...] colui che compie o che subisce l’atto indipendentemente da ogni altra determinazione.  [...]

Non soltanto il super-untore, ma anche l’untore semplice, non incensato archetipo di una categoria valoriale, è condizionato dal pregiudizio (ivi contrario di cinica-stoica atarassia), ad associare la sussistenza esistenziale a un delineato muoversi tra i mercati di valore ascrivibili al programma capitalista. L’ego capitalista non si combina con la nostrana definizione di identità, piuttosto sinonimo già a priori di una sovra-struttura verso la quale l’individuo si candida come instante. L’antidoto a tale prevenzione intersoggettiva a cui ricorre la soggettività che si dà programmaticamente, il flettersi con relatività giudicante protagorea nel proprio sé, appurando da sé la categoria morale egemone nel mercato di riferimento come costrutto che si eleva a pinzare l’intuitività fluida che è prerogativa per l’agire della cognizione umana (kantianamente teleologica).

Un ideale che ha manifestato la propria naturale non super-untrice ma oltre-untrice, annuncio sia la religione, ossia ciò che sublima l’innata duplicità antropica in un sommo bene che sublimi i tratti disgregativi per la società non sociale bensì gregale, funzionale, contrapposti all’imperativo civico di cooperazione regolamentata. Ivi, Papa Giovanni XII, aggiuntando il Concilio Ecumenico Vaticano II, esercitò incarico da super-untore e non oltre-untore, che avrebbe rivestito nell’eventualità di uno scisma.

L’induttanza del non omologato consiste nella repulsione propria dell’uomo compiuto nel sabotare il prolificare di un mercato valoriale, non inquadrandosi nella metrica di tolleranza della sovra-struttura degli interlocutori. Ciò comporta lo sconcerto dell’untore, il quale recederà, bollando il non omologato quale “pazzo e pericoloso” sicché non predicibile il suo comportamento, “diverso”, “straniero”. La carità della natura umana, principio di socievolezza, qualvolta non sovrascritto dal principio gregario dove l’accosto affiora mezzo e non fine, fomenterà l’untore a predicare il crede della sovra-struttura al fine di plasmare l’alter ego e rincarare la forza-numero del mercato. Nella casualità che l’induttanza del non omologato prevalga, già Charles Darwin riferì a tempo debito il dispositivo armeggiato dai competitori (carnivori in primis) per boicottare potenziali contendenti: la razzia, per esempio, dei nidi dei rivali predatori. Orbene, la competizione aggressiva pregna il programma capitalista.











Ipseità e Dasein

Saggio di filosofia


Nel saggio Sui dati immediati della coscienza, diciott’anni dopo, nell’Evoluzione creatrice, undici anni dopo della quale, anche in una lettera a Charles Du Bos, Bergson pone in luce il tema da egli favorito: la durata reale, la temporalità, il nucleo teorico discernente la conoscenza utile, il tempo omogeneo spazializzato, non differenziato qualitativamente bensì irrigidito in schemi fissi (programmi), e la conoscenza vera, lo spirito liberato dall’intellettualismo, che verte sulla durata reale e l’estensione concreta, questi indifferenziati del pre-io subcosciente, dell’essere prima di un esserci limitato. Ivi si ottimizza il concetto di “Extended Body” introdotto da Fuchs, nel darsi attraverso un Körper che si cimenta quale Leib, corpo anatomico somatico non divergente bensì sostanzialmente inscindibile dal suo mondanizzarsi e conglomerarsi all’atto. Perciò, proferire “corpo” come unità somatico palesa un’astrazione di un predicato, essendo il mio corpo una singolarità irripetibile immessa in un reticolo appianato di caratterizzazioni per lo scopo comunicativo gregale, nel sistema capitalista tale tratto gregale livellato prevale sul fomite socievole del darsi, cioè si elegge il dato come il solo utile darsi, sospendendo l’unicità del proprio Leib come accesso nonché ente del processo che si incarna nel programma. L’accedere devia dall’accesso, analogamente al trasporsi dell’essere all’esserci, ove il processo (accedere) è una regressione imperitura alla sorgente attica e, per converso, il programma pertiene all’icastico, qualificazione derivante da εἰκαστικός, rappresentativo, nella sua sottoaccezione di inerire a una rappresentazione tellurica. Similmente al mito dionisiaco del re Mida dannato a causa del desiderio di un tocco d’oro, succube della maledizione d’avidità, l’egocentricità dell’untore contunde la sua volitività, tampinato da un focus sociale che gli imputerebbe reità se eventualmente infrangesse una norma morale viciniore all’exemplum verso cui la sua egoicità archetipica protende, approssimazione che investe il soggetto tanto di “peso sociale” quanto di contenimento repressivo del proprio arbitrario cogitare. Il conflare dell’identità con l’ego trapela quale commistione fondativa del successo capitalista, dove il paradigma egualitario riluce di paritetico annullamento di valore connaturato alla vita, e il diritto di sussistenza viene espunto quotando la proporzione di valore del soggetto secondo il metro di giudizio, ago della bilancia dell’apporto materiale che esso detiene nelle veci del programma. Altrimenti riassumibile in: il cittadino capitalista ha un valore comunicativo maggiore se la propria partecipazione si custodisce nel tracciato di principi etici edificanti il guscio tutelante il nucleo duro capitalista, intrinsecamente dicotomico, di pragmatica staticità guarnita con foderi di rettifiche correttive dinamiche (espedienti del guscio). Siffatti, il Leib, per astrazione frammentabile in Körper contingente e Körper astrale, produce sistemi, ancorché impegolarsi in tali schemi comportamentali lo rescinda dal compiegarsi nel sé astrale.

La prospettiva del programma capitalista inverte il piano strutturale del Leib capovolgendone il mercato valoriale ingenito: l’esistenza quale valore, la vita come suo peduncolo gregale, seppure, nativamente, l’esistenza anatomica della natura umana non sarebbe atta alla pulsione di vita per il principio di esistere, bensì il secondo fungente al primo (pulsione di vita/erotica).

L’eros (ἔρως), pulsione di vita, è plotiniana processione (πρόοδος) motrice e motore conoscitivo per hypostasis, mercati valoriali, ergo gnoseologicamente gravidi. Difatti, in discordanza con il nominalismo e lo psicologismo, ivi si introduce un esame teoretico che espii le impalcature umane dal riduzionismo in fandonie che il lume della ragione dovrebbe epurare ed estromettere in favore dell’analitica francese ateo-materica più scabra o, aggiornandoci in chiave disciplinare odierna, delle neuroscienze. Paul Henri Thiry d’Holbach, pioniere ottocentesco dell’attuale materialismo eliminativista, figura indagato oltremodo dagli epicurei sottoposti al programma. La teoria della ragione emozionata di Antonio Damasio tematizza l’erronea presunzione di una dicotomia tra emotività e ragionevolezza, preludio (a mio avviso) della debacle scientista, imponendo la neuroscienza a domandare l’ausilio all’epistemologia ai fini di ridefinire il razionale icastico, disunendo l’ideale metafisico di esso: il logico-inferenziale. La critica scoccabile in affronto a qualsivoglia riduzione è la seguente: l’argomentazione materialistica stessa legittima la mancata evidenza del primato empirico, sennonché, qualora si affermasse assurdamente una falsità del cosciente onde privilegiare una qualche lettura neurologica dei processi psichici antropici, il dispositivo attivo sarebbe sospetto. Perciò, per esimerci dallo scetticismo solipsistico, riconduciamoci all’ignoto che si discopre, dunque a una qualche spiegazione insospettabile che abbiamo esperito.

La teoria del cyborg di Donna Haraway discrimina le categorie biologiche occidentali dal dualismo tra realtà e artificialità degli automi digitali, macchina nonché uomo dell’essere cyborg. L’ipseità ivi innesca l’esclusività umana della magnanimità aristotelica, per la quale il proiettare valore all’alterità si concreta quale sorgiva di virtù, mastice della socialità gregale e socievole. Affinché un connubio di soggetti conglomeri virtù socievoli, l’ipseità dovrà ergersi quale sommo valore, rispetto non vituperabile che deve presupporre l’intersoggettività coscienzializzata. Dalla profilassi psichica ed esistenzialista di Luigi de Marchi si estrapola con premura l’empatia e inviolabilità del sé altro da noi, che il “noi collettivo”, ovvero l’imago del mercato nostro, ha il dover di non performare minacciosamente, ossia escludendo l’alterità non interiorizzante il pamphlet di premesse categoriali. Alla “Haraway”, forsennatamente e ironicamente proferire che la biologia vigente sia complice, se non terriccio fertile, dell’automatismo delle macchine che inizializzano l’approccio del cyborg con l’altro da sé: a ciò adduco quale referente empirico l’incapacità di dialogo e la propensione al dibattito normato. Difatti, il dibattito disciplinato, perché esso si realizzi, abbisogna di termini medi di raffronto che veicolino all’interno del sistema un confronto ai minimi termini. Visivamente, la tabella segnica di verità o falsità, essendo il carattere dimostrativo-logico pervasivo per il dibattito, donde l’inferenza dissente dal valore pratico delle facoltà mnestiche.

In dissonanza, il dialogo a manica larga, dove le regole discorsive non sottostanno ai comandamenti valoriali di un sottoinsieme, illustra le prerogative dell’ego non restringibili in termini primi. Pertanto la funzione del dialogo non è dimostrare la tesi epistemica più avvalorabile, bensì mediare icasticamente, al livello fattuale-operativo, aspetti complessi non comprensibili da un cyborg: tradizioni, costumi e soggettività connaturate all’umanità. Quel ragionevole non razionale che abbiamo in precedenza deputato alle emozioni. 

Applicando al saggio di Claudio Tugnoli, il docente di Filosofia e Storia elucubra sulla difficoltà semantica dell’idiomatica “venire al mondo”; pondera su un frammento di Anassimandro dove la nascita si ritiene un’ingiustizia ontologica, espiabile mediante il decesso corporeo. Un ipotetico dibattito, puntando all’esaurimento analitico delle premesse, verterebbe, seguitando di fatto l’indagine di Tugnoli, sull’astrazione temporale e spaziale che, onde non fallare in un regresso all’infinito, l’afasia scettica congeda il filosofo da vaniloqui di ciclico disimpegno. Il venire a mondo, come processo, è divisibile dall’essere dato alla luce? Se sì, cosa si era pria? In tale evenienza, le locuzioni di Anassimandro sarebbero contradditorie con il determinismo fenomenico, essendo l’oggettualità del Körper un’entità equivalente a qualunque ente della galassia. Perciò, soltanto nel suo esserci, la sua coscienza, il suo sapersi universo cosciente, egli rivela la sua unicità di essere. Contrariamente, intavolando un dialogo, ivi nella sua fattispecie sociologica, sarebbe la possibilità di una moralità parificante l’àntropos con l’altra specie da sé a essere ontologicamente ingiusto come paradigma etico. Da qui estraiamo due ontologie: l’ontologia morale, quale genesi della gregaria civiltà, e l’ontologia metafisica, dell’essere in quanto essere, se scernibile da un esserci, giacché inquisire l’essere potrebbe effettuarsi soltanto in un contesto dove la sua non-spazializzazione e non-temporalità verrebbero meno.

Avendo poc’anzi redato il lemma “legittimità”, ora tematizziamo la liceità. La legge, come congettura difensiva, speculante sulle previsioni fattive comportamenti per un τέλος gregale (civile) e/o sociale (civico). La malafede furoreggia nel civile, colui che si disimpegna dall’incarnare il patto, deponendo la porpora civica per consacrarsi all’utilitarismo, all’indifferenza propensa al crivello della norma quale mezzo artificiale consono al telos gregale, consumistico. Perciò, la mauvaise foi rassembra menzogna esistenziale, abiura erotica e superamento del sé in favore del darsi al costrutto pasoliniano “consumo-benessere-pace”, per il quale la gratifica del civile comporta la sublimazione della coscienza attica (il darsi) nella sua consapevolezza icastica (il dato), che implicitamente denega l’arbitrarietà deliberativa e declina l’indole antropica di approssimazione alla perfettibilità.

Per incidenza omologante, si appura un’espulsione coronale dell’ego, una frammentazione del proprio venir rappresentato transitivo e una reificazione dell’imago del sé per l’altro nel suo plurale (civili giudici, detentori delle redini per la disamina classista). Orbene, il programma sussiste per merito di una semplificazione banalizzante invariabile, staticità dei ruoli affibbiabili ai civili. In antitesi, i civici, in quanto non-specialisti in una mansione settaria, non riducono il proprio dasein socievole alla sovra-struttura sociale, accondiscendendo invece una connivenza di ambedue le species inter-relazionali (componente gregale, del dibattito, e socievole, del dialogo). Nello stato di cose ottimale, di connubio tra il Dionisio e l’Apollineo, come basamenti relazionali vi sarebbero il pensiero veloce (abduttivo) e lento (deduttivo) come assunti da Daniel Kahnemna. La sintesi di essi nel grembo del sistema civico estinguerebbe l’eccedenza di bias cognitivi preponderanti nell’oltre-struttura consumistica, donde l’appetenza nei confronti dello scalpore disadorna di contestualizzazione statistico-parametrica la comunicazione idiota, del clamore insipido, qua vegeta. L’impellenza di economia psichica motiva la pregiudiziale categorizzazione mediante archetipi degli individui, glebalizzazione, pietrificarsi di identità, bollamento sociale per mezzo di stereotipi che è condizione necessaria nonché effetto della globalizzazione. Lo stigma classista si origina da un’involuzione del colonato della gleba divincolato dall’applicativo materico, così deificato, dogmatizzato nel raziocinio intra-categoriale, organizzativo della psiche capitalista. L’entropia, il pre-finalizzato, difatti, cospira in disappetenza verso il programma, sfociando in un processo comunista. Ivi sostengo l’impossibilità di un programma comunista, essendo tale asserto dicotomico; qua la motivazione della non tematizzazione del nuovo stato di cose comunista secondo K. Marx. Comunismo è il processo sovvertitore del Capitale, non il sistema. La refrattarietà dal sistemico e dal settario il pilastro del comunismo. Perciò, applicando sul piano materialistico storico, la rivoluzione di febbraio fu avvicendamento processuale, comunista che, delineando un programma, un dispositivo immobilizzante il divenire, disvelò un neo-capitalismo dirigenziale, gerarchicamente simmetrico all’antecedente stato di cose. 

Il laissez faire puro di matrice spenceriana attinto da Adamo Smith abnega il ruolo cardinale dello stato come entità istituzionale e di istruzione, votata alla perduranza dello stato civico. Difatti, l’accumulo di Capitale fittizio, privo di valore reale, si concreta in una perdita netta di benessere, radicato nella sete di moneta degli imprenditori[48], ove non la concorrenza bensì l’interiorizzata mentalità capitalista[49] fomenta il perpetrarsi di essa medesima.


L’amplesso di lette pluri-disciplinari applicate alla lettura filosofica dei fenomeni sociali ivi appello sociotica, il satori come suddetto risultante d’inchiesta. 






Parresia come epifania

Saggio di sociotica

La spersonalizzazione è la condizione di alienazione civica che affligge il civile, ovvero, l’unità gregale indottrinata dalla contraffazione dell’ingegno, disposta a immedesimarsi nella ruota dentata, allegoria della macchina capitalista. L’uomo del ventunesimo secolo è quanto mai innanzi decurtato di racemi, catapultato in una metropoli di segni che non simboleggiano alcunché, donde l’aura umana è affare di riformatori per riabilitazione sociale. Il decadimento dei valori emanati dall’aura umana ha implementato un relativismo tossico, anti-civico ancorché gregale, sicché trasgressione di classe-mercato di un diritto neutro nella sua coordinata bollata quale nemica (classe-mercato antagonista). Un esempio di classe-mercato il femminismo opposito al maschilismo patriarcale. In esame poniamo il neo-femminismo promosso principalmente dalla pseudo-poetessa Rupi Kaur nonché dall’impresa digitale “Freeda”. Allorché il sessismo si definisce come attitudine denigratoria di un individuo in ragion del genere sessuale o libera opinione in tematiche sessuali, analogamente alla potenziale accusa di maschilismo rivolgibile a un pensatore che afferma sui generis l’inferiorità della femminilità, anche per le “poesie” della Kaur rivendico verdetto che incitino all’odio. Ben dissimili i pretesti che mi aggiunsero sessismo, omofobia e misoginia nei miei dattiloscritti. Infatti, sovente nella pre-fazione dei miei libri ho chiarificato di adoprare termini quali “negro” e “frocio” al fine di de-sensibilizzare sulla negatività dei lessemi in oggetto. Secondo il sottoscritto, il tabù, il proibizionismo è una delle variabili più in gioco nel calamitare l’affluenza di consumatori abbisognanti sublimazione dell’aggressività nei mercati legali. In aggiunta, io enfatizzai il mio progetto socratico incentrato sul sobillare dubbio al letto presentandogli l’evoluzione del personaggio Esposito Romano, ragazzo che sperimenterà ideologie, gruppi e classi sociali distanti al fine di far affiorare le pluralità di vero e introiettare il fondamento civico di tolleranza volteriana. Concludendo questo paragrafo: decanto affinché un sovra-stato civico educhi a ragionare le masse e abolire quantomeno quelle classi-mercato ancora legali che incentrano l’affluenza di consumatori sull’ignoranza combattiva.

Il target è l’archetipo, sottoinsieme incidente di insiemi di connotazioni astratte che descrivono i consumatori di un dato mercato. Quando il target di riconoscimento si prefigge parametro discriminante in modo assolutistico il bene dal male (l’estraneo alla classe-mercato), il civico sarà correttamente regredito a civile spersonalizzato, impossibilitato al raffronto con il vero altro da sé, ossia colui che si presenterebbe incomodo siccome untore avversario, di idolatria contraria. Più attributi marcati comporranno il target, e maggiore sarà l’estremismo, l’accorciarsi dello iato tra l’ideale rappresentato dall’archetipo immaginifico e la vita fattuale, ponendo la vittima in giogo al bias di conferma.

Il lavoro è merce prima, un fare che infonde valore alla materia grezza, che imprime un’unicità biografica, temporale e geografica nella società. Ergo, l’operato di ciascuno nell’intessuto cittadino, essendo esso il garante dei servizi, è dovere e diritto. Infatti, il servizio paritario è il desunto dall’azione unanime ancorché sfaccettata della massa proletaria. La fruizione, quindi, non implica, di per sé, alcuna disparità etica, tuttalpiù un sentimento di solidarietà reciproca che si estrinseca nel mutuo operato parimenti gregale e socievole, quantunque il secondo motore del processo associato. Dispari il possesso, l’avere, che incaglia in un programma la cooperazione collegiale dei civici, orché dipendenti sforzati al servizio della casta dirigenziale. Così la collaborazione si tramuta in sudditanza dei meno abbienti verso i proprietari, oligopolisti dei servizi siccome possidenti decisionali di remunerazione, quindi dell’erogazione tra il proletariato dell’esonero economico imprescindibile per il soddisfacimento dei bisogni primari. Perciò, rousseaunamente, cada unità civica, come paradigma di giustezza civica, dovrebbe detenere con statualità le attività produttive, assicurando con meritocrazia una sussistenza dignitosa a chiunque, pena la ferocia criminale dell’oggi. Ivi non si predica di diradicare la proprietà privata domestica, ossia non atta al lucro diretto, ma di divellere quanto umanamente possibile le sperequazioni oriunde, socializzando i liberi esercizi il quale utile sopravanza uno stipendio che la civiltà fissa quale minima rimunerazione doverosa dacché dignitosa. Il potere d’acquisto vigente supplisce all’empia partizione dei servizi al civico, esponendo mercati catalizzanti classi-mercato, ovverosia caste seppure non giuridiche di pertinenza classista per anomala difformità economica, culturale e di costume.    

Epifania della spersonalizzazione catodica le produzioni creative di Fabrizio Berengan, fascino di luci alla Aldo Pallanza che si mestano con la criticità mediatica di Bansky nonché con il dinamismo della generazione beat, donde l’uomo deambula tra immagini pubblicitarie in diallele; si frappone alla dialettica e alla comunicazione iconica la densità delle identificazioni di personaggi che, mediante locuzioni pregnanti , si fanno altro da loro rivelando, attraverso un’apocalisse di distopiche bidimensionalità e futuristici ritagli pop giornalistici, il retroscena di una società dove ogni individuo personifica l’attore di sé. Berengan è simbolista. Egli non lavora con segni che rimandano all’empirismo ingenuo. È, invece, fautore di impressioni consistenti, che fremono non nella categoria estetica del bello, del piacevole all’occhio, quanto nello stomaco, nell’assurdità cibernetica e confusionaria del vivere contemporaneo.

F. Berengan anziché aderire al manierismo, enarra ancor più poeticamente, elicitando angoscia e disorientamento, usufruendo della materia che plasma, non per rappresentare, ma per suscitare una bruma che grazie al distacco irrealista immerge lo spettatore in sé (che siano campiture, cartoncini scritti o anche prodotti in serie sovrapposti incollati con il nastro adesivo). Spettacolo intimo, fantascientifico alla Ben Lerner, non nella materialità raffigurata quanto, kantianamente, nelle categorie di lettura, ciascun Berengan. Assurdista nell’accezione terminologica di Albert Camus, trasparita dalla pubblicazione di Vanio Porcarelli: Berengan non si cura dell’approdo, lui interiorizza il percorso contorto, dicotomico, macabro di una creatura che si sta destando, che è in procinto di prender coscienza del dramma tragicomico ingenito nel proprio esserci, che postula un non ci fui e un non ci sarò. Tale l’assioma poietico del Nostro, non aderenza all’ottimismo né al pessimismo, esposizione lucida di una civiltà anti-civica, di disparità e nefandezze che l’abitante tollera impassibile, nichilista.

Berengan è, ivi concludo, cantore del proprio tempo. Funambolo che fucina emozioni forti, che non ammettono indifferenza; dunque stimolano alla sospensione dell’afasia, peccato del “politicamente corretto” della nostra epoca. 


Nella parresia come epifania il non succube al Capitale alberga, da ciò a cui non attecchisce la lobotomia omologante la rigenerazione antropologica potrà prolificare. Ciò sta avvenendo, non nei salotti o nei circoli elitari, ma nelle microscopiche unità gregali dove è la socievolezza creativa che chiama.

 

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Manifesto declamativo

Manifesto del Movimento dei Nuovi Giovani (PNG)-über movement

Laus vitae


Cos'è stato fino adesso l'uomo?

Niente, un prodotto del passato, dei frutti appassiti di alberi mai nati, radici estirpate prima che allignassero.

Cosa vogliamo che sia l'uomo?

Tutto, che ogni singolo essere si senta partecipe nella vasta comunità che è in procinto di divenire se uniti, la nostra grande madre genitrice di possibilità.

Anche se la singola vita non avesse alcun significato, io gliene darei uno; e chi non glielo conferirebbe?

Siamo tanti, molti, ma non troppi.

Il mondo è grande, l'uomo è grande, grande per il suo cuore e la sua dedizione a scopi.

La proprietà non è un furto, la mal distribuzione di essa, semmai, lo è.

Possibilità... è la possibilità l'unico fine del nostro partito, la possibilità di soddisfare la nostra essenza umana, essenza che dimora, forse assopita, in ognuno di noi.

Molti hanno parlato di uguaglianza, di mediocrità, cosicché crescendo ci siamo convinti d'essere un numero e non il numero.

Io dico basta.

L'era dell'alienazione è ormai giunta al termine, una nuova epoca si disuggellerà dinnanzi a noi.

Un'epoca di uguaglianza sì, di eguali opportunità benché in virtù di una ligia meritocrazia.

Non prometto ricchezze o sfarzi, vi prometto giustizia.

La giustizia dell'uomo in ogni sua sfaccettatura, la libertà di osare, di possedere un'identità propria.

Il compito dello Stato non è di ficcanasare negli affari privati dei cittadini, tutt’al più di concedere loro possibilità.

Ognuno di noi è il tutto, il tutto da proteggere, certo, proteggere rispettando la sua individualità, tutelando le differenze in forma eguale.

Come mai rendere statica l'attività del proletariato?

Perché sottopagare i lavoratori in modo da fossilizzare le menti e obliare future piccole manifatture e sogni sul nascere?

Io propongo crescita, occasioni, possibilità!

Qui non vi asserisco una legge di natura, la storia farà il suo corso, invece auspico a un nuovo fronte mondiale una nuova resurrezione dei valori.

Valori morti, evidente, ma per quale ragione commiserarci il despota del capitalismo accondiscendendo l'offerta più invitante?

L'unico valore legittimo è quello umano: la libertà di essere ciò che vogliamo essere, e chi potrà mai fermarci, arrestare la vita che rampolla da ogni acino germogliante nei deserti?

Tutto l'ambaradan degli dèi ai quali ci inchiniamo, ormai ricurvi e asfissiati, vive grazie a noi.

Siamo noi le rotelle che cagionano ticchettio ai timpani, come mai dare ancora la corda?

Dico basta; basta alla morte di menti, all'orgoglio affranto: o si farà la rivoluzione o la faremo noi!

Noi siamo il tutto, viva il futuro e muoia la dittatura tacita che soffriamo!

Manifesto of the New Youth Movement (PNG) -über movement Laus vitae

What has man been up to now? Nothing, a product of the past, of the withered fruits of trees never born, roots uprooted before they came into existence. What do we want man to be? Everything, that every single being feels participating in the vast community that is about to become, if united, our great mother parent of possibilities. Even if the single life had no meaning, I would give it one; and who would not give it to him? We are many, many, but not too many. The world is big, man is big, big for his heart and his dedication to goals. Property is not theft, its bad distribution, if anything, is. Possibility ... the possibility is the only purpose of our party, the possibility of satisfying our human essence, an essence that dwells, perhaps dormant, in each of us. Many spoke of equality, of mediocrity, so that growing up we became convinced that we are a number and not a number. I say enough. The era of alienation has now come to an end, a new era will break up before us. An era of equality, yes, of equal opportunities albeit by virtue of a loyal meritocracy. I do not promise riches or opulence, I promise you justice. The justice of man in all its facets, the freedom to dare, to have one's own identity.

The task of the state is not to snoop in the private affairs of citizens, at most to give them opportunities. Each of us is the whole, the whole to be protected, of course, protected by respecting his individuality, protecting differences equally. How is it possible to make the activity of the proletariat static? Why underpay workers in order to fossilize minds and forget future small factories and dreams in the bud? I propose growth, opportunities, possibilities! Here I am not asserting a law of nature, history will take its course, instead I wish a new resurrection of values ​​for a new world front. Dead values, of course, but why pity the despot of capitalism by accepting the most inviting offer? The only legitimate value is the human one: the freedom to be what we want to be, and who can ever stop us, stop the life that sprouts from every grape sprouting in the deserts? All the ambaradan of the gods to whom we bow, now bent over and asphyxiated, lives thanks to us. We are the wheels that cause the eardrums to tick, how come we still give the string? I say enough; enough to the death of minds, to crushed pride: either the revolution will take place or we will do it! We are the whole, long live the future and die the tacit dictatorship we suffer!

 

Chi è Esposito Romano

Mistico, poeta, saggista, filosofo, novelliere, pittore e romanziere italiano, fondatore del Movimento letterario Dei Nuovi Giovani e della Corrente letteraria Realismo Macabro.



Esposito Romano, nato in provincia di Pavia nel 1999, è un poeta e saggista italiano, studioso di Filosofia e Poesia contemporanea. All'età di diciassette anni cominciò a cimentarsi nella stesura del suo primo volume di "Sii una lucciola nelle tenebre": Il valzer dell'anima sola. Le campiture rapide della generazione Beat italiana e straniera, la ricerca lessicale dannunziana e le riflessioni della Generazione del '98 spagnola hanno inciso bruscamente nella maturazione dell'autore, in principio autore di racconti lunghi improntati sul realismo sporco. Riconosce quali suoi maestri spirituali Gianni Milano, Marco Guzzi ed Edgar Allan Poe. La prima produzione riecheggia tematiche esistenziali, antropologiche e sociali; dalla seconda produzione, segnata dal soggiorno pavese durante il periodo di studi universitari, si evincono preferenze di matrice lorchiana, dall'emarginazione dei gitani sino a una serrata critica verso le condizioni di sfruttamento dei giovani lavoratori.
In data 21 ottobre 2019 pubblicò self-publishing tutti i volumi vergati negli anni precedenti i suoi diciannove anni, riscontrando un bestseller con Un lieto finale per le categorie Humor nero e Letteratura contemporanea. Nel gennaio del medesimo anno fondò il Movimento letterario Dei Nuovi Giovani, ispirato dall'omonimo partito da lui menzionato in Quasi eterni. Il Movimento letterario lotta ai fini di un'emancipazione sessuale, culturale e anti-folcloristica della poesia italica. La produzione di Esposito appare in continuo mutamento, rispecchiando in siffatto modo un tentativo di insinuare un dubbio iperbolico nel lettore, il quale dovrà sperimentare le plurime ideologie esemplificate dai protagonisti e voci narranti delle sue produzioni. Pertanto, la poetica espositina affiora quale critica dell'ideologia.
Accanito lettore del romanticismo francese, la prosa poetica rimbaudiana, coadiuvata alle tematiche mistiche, hanno instradato Esposito al rifiuto del verso rimato, accostando con ciò il suo stile al minimalismo post-moderno. Erri De Luca e Charles Bukowski vengono riconosciuti da Esposito esponenti vati della poesia internazionale.

Email commerciale di Esposito: beafireflyinthedarkness@gmail.com

Esposito Romano, born in the province of Pavia on 15 March 1999, is an Italian poet and essayist, a scholar of Philosophy and Contemporary Poetry. At the age of seventeen, he began writing his first volume of Sii una lucciola nelle tenebre: Il valzer dell'anima sola. The rapid spraying of the Italian and foreign Beat generation, D'Annunzio's lexical research and the reflections of the Spanish Generation of '98 abruptly affected the maturation of the author, at first an author of long stories marked by dirty realism. He recognises Gianni Milano, Marco Guzzi and Edgar Allan Poe as his spiritual masters. His first production echoes existential, anthropological and social themes; his second production, marked by his stay in Pavia during the period of his university studies, reveals Lorchian preferences, from the marginalisation of the gypsies to an intense criticism of the conditions of exploitation of young workers.
On 21 October 2019, he self-published all the books he had written in the years leading up to his nineteenth birthday, achieving a bestseller with A Happy Ending in the categories Black Humour and Contemporary Literature. In January of the same year, he founded the New Youth Literary Movement, inspired by the party of the same name he mentioned in Almost Eternal. The literary movement fought for a sexual, cultural and anti-folkloristic emancipation of Italian poetry. Esposito's production appears to be constantly changing, thus reflecting an attempt to insinuate hyperbolic doubt in the reader, who will have to experience the multiple ideologies exemplified by the protagonists and narrating voices of his productions. Thus, Esposito's poetics emerges as a critique of ideology.
An avid reader of French Romanticism, Rimbaud's poetic prose, coupled with his mystical themes, led Esposito to reject rhymed verse, thus likening his style to post-modern minimalism. Erri De Luca and Charles Bukowski are recognised by Esposito as leading exponents of international poetry.

 
 
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